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| Alla ricerca di lavoro e sostenibilità: (green)Industria 2020 potrebbe convincere anche Confindustria? |
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![]() Per creare un po' di occupazione il governo deve avere uno straccio di politica industriale. Da qui non se ne esce. Inutile e dannoso prendersela con i laureati-sfigati o con i lavoratori-noiosi, queste sono solo scuse per portare a termine quell'obiettivo che pare ormai chiaro a tutti: distruggere quel welfare state socialdemocratico /cristiano-sociale inviso evidentemente ai mercati e ai governi a loro sottomessi. Pur all'interno di questo gioco dal quale sembra difficile uscire senza far saltare il banco, ovvero trovare il sistema di cambiare drasticamente modello di sviluppo rompendo gli ingranaggi di questo capitalismo che pare andare veloce e fiero per la sua strada in barba ad ogni forma di governo e limite spaziale e temporale, vogliamo attaccarci a quegli spiragli di luce che ogni tanto fanno capolino. Come le parole del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia che in un'intervista pubblicata oggi sul Sole24Ore a domanda «serve anche una politica industriale: politica dei fattori (fisco, infrastrutture, costo del lavoro, capitale umano) o dei settori?» risponde «Come imprenditori preferiamo sempre una seria politica dei fattori perché il resto, in genere, lo fa il mercato. Tuttavia esperienze di razionalizzazione di fondi pubblici e di risorse private in settori considerati prioritari e strategici possono essere utili. Penso ad esempio ad alcune delle intuizioni di Industria 2015, piattaforme che hanno visto insieme imprese, centri di ricerca e università su alcuni settori ad alto potenziale di crescita come la green economy, la mobilità sostenibile e il made in Italy, iniziativa bene avviata poi non più finanziata. Credo che il ministro Passera stia studiando forme di incentivazione automatica per ricerca e innovazione accorpando forme di finanziamento oggi sparse su troppe micro-voci. Mi sembra una buona iniziativa». Ecco, il rilancio di Industria 2015 con prolungamento della sua attività al 2020 - come da noi suggerito mesi fa e indicato anche dagli Ecodem tra le 10 proposte per riconvertire l'economia (e il Pd) può essere un punto sul quale costruire un'intesa larga. La novità sarebbe poi che all'interno del programma troverebbe posto la green economy in tutte le sue forme, quindi non solo efficienza e risparmio energetico, non solo rinnovabili, non solo mobilità sostenibile, ma incentivazione anche di ricerca e innovazione riguardo al riciclo dei rifiuti. Come peraltro indicato dalla Commissione Ue che, come ricorda oggi sempre il Sole24Ore ma già annunciato giorni fa da greenreport.it, sta portando avanti la strategia europea sulle commodity che si basa «su tre pilastri: assicurare un approvvigionamento equo e sostenibile di materie prime, migliorare l'offerta nell'Unione, promuovere il riciclo dei rifiuti». Per questo Tajani «ha in programma alcuni viaggi per firmare accordi bilaterali, con tappe in Svezia, Messico, Cina, Vietnam, Argentina e Groenlandia, dove dovrebbe recarsi in maggio. Alla fine di gennaio, lo stesso commissario ha organizzato qui a Bruxelles una conferenza a cui ha invitato esponenti dei Paesi africani, spesso produttori di materie prime». E qui è doveroso aprire una parentesi. Il riciclo dei rifiuti non è la raccolta differenziata dei rifiuti. Non lo è per un'infinità di motivi alcuni evidenti, altri forse meno. Tra questi c'è che il riciclo, che significa mettere energia e lavoro sulla materia seconda per farla diventare un nuovo prodotto, non è incentivato in alcun modo. Lo è forse fin troppo la raccolta differenziata che però se non è seguita dalla fase successiva, ovvero da quello che si fa con il materiale raccolto, non è e non può mai essere garanzia di chiusura del ciclo dei rifiuti. Per questo il riciclo dei rifiuti non dovrebbe rientrare nemmeno più nella gestione integrata dei rifiuti, ma nel settore manifatturiero e dunque ha/avrebbe bisogno di una politica industriale che lo sostenga. Da qui, oltre a tutto il resto naturalmente, si può costruire un'economia ecologica che non si occupi solo di energia appunto, ma anche di materia come è giusto e previsto che sia dalle regole della sostenibilità ambientale. Una politica industriale dunque che guardi al 2020 richiesta, se ben interpretiamo le parole, pure da Confindustria, e che potrebbe trovare in questo governo una sponda e si spera trovi pure un sostegno politico, considerando che come si evince dal Corriere della Sera di oggi, secondo i dati dell'osservatorio di Michael Page International, sono proprio gli esperti in "green economy" le professioni più "gettonate". |
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| Stiamo sperimentando i tempi migliori e peggiori che si siano mai avuti |
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![]() L'High Level Panel on Global Sustainability, voluto dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon (Nella foto), ha terminato il proprio mandato ed ha reso noto il rapporto finale del suo lavoro dal titolo "Resilient People, Resilient Planet: A future worth choosing" (scaricabile dal sito del Panel www.un.org/gsp ). Trovo certamente molto interessanti, nel titolo, i riferimenti alla resilienza delle popolazioni e del pianeta ed al futuro che vale la pena scegliere. Sembra che il grande lavoro scientifico che connette studiosi delle scienze naturali e di quelli sociali attorno al concetto di resilienza, del quale tante volte ho dedicato approfondimenti nelle pagine di questa rubrica, abbia finalmente contaminato la politica internazionale. Nella lettera con la quale trasmettono il rapporto al segretario generale delle Nazioni Unite, i due presidenti del Panel, che sono la presidentessa della Finlandia Tarjia Halonen e il presidente del Sud Africa Jacob Zuma, scrivono chiaramente con sette miliardi di abitanti sul nostro pianeta è ormai tempo di riflettere seriamente sui nostri modelli di sviluppo (il nostro "current path", l'attuale strada, l'attuale sentiero che stiamo percorrendo). Oggi ci troviamo veramente ad un bivio. Continuare sulla stessa strada significa mettere tutta la popolazione mondiale e il nostro pianeta in una situazione di alto rischio. Cambiare strada ci consente di sfruttare una straordinaria opportunità ma dobbiamo essere ben consapevoli e responsabili di quanto ciò ci richiede un forte coraggio ed un forte impegno. Cambiare strada non è affatto semplice. Ma, siamo certi, che perseguire una strada più sostenibile significhi maggiore benessere e sicurezza per l'umanità intera, significa una giustizia globale migliore, un rafforzamento dell'equità di genere e la sana conservazione dei sistemi naturali di supporto della vita presenti sulla nostra Terra. Nel paragrafo iniziale relativo alla "visione" del Panel, i membri del Panel stesso fanno presente che oggi il nostro pianeta ed il nostro mondo stanno sperimentando, insieme, tra i tempi migliori e peggiori che si siano mai avuti. Il mondo sta sperimentando una situazione di prosperità senza precedenti mentre il pianeta è sotto dei livelli di stress senza precedenti. La diseguaglianza tra ricchi e poveri nel mondo continua a crescere e più di un miliardo di persone vive ancora in situazioni di profonda povertà. In molti paesi stanno crescendo le ondate di proteste che riflettono le aspirazioni universali per un mondo più prospero, più giusto e più sostenibile. Ogni giorno milioni di scelte sono fatte da individui, imprese e governi. Il nostro futuro comune dipende da queste scelte. L'High Level Panel on Global Sustainability afferma che è giunto il tempo che l'azione globale deve essere costituita da scelte di gente, mercati e governi caratterizzate dalla sostenibilità. Lo sviluppo sostenibile è ritenuto fondamentalmente una questione di opportunità per influenzare e caratterizzare il futuro della gente, il rispetto dei diritti e l'ascolto delle preoccupazioni di tutti. Il rapporto si inserisce nel solco di quanto già prodotto dalla comunità internazionale con il ben noto rapporto Brundtland del 1987 e cioè della Commissione indipendente sull'ambiente e lo sviluppo, voluta dalle Nazioni Unite nel 1983 e presieduta dall'allora primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland (che successivamente divenne direttrice generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, World Health Organization e che è una componente anche di questo High Level Panel on Global Sustainability) che fu intitolato "Our Common Future" (edito in italiano con il titolo "Il futuro di noi tutti" edito da Bompiani). Il rapporto della commissione Brundtland all'epoca rappresentò lo stimolo principale per realizzare la grande conferenza ONU su ambiente e sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel giugno del 1992, ben nota come Earth Summit. Già nella primissima parte del rapporto - dedicata ad una panoramica riassuntiva dal titolo "Da un'unica Terra a un unico mondo" - appare quella che è poi divenuta la più diffusa definizione di sviluppo sostenibile, in una formulazione abbastanza generica da lasciare spazio a numerosi equivoci: «L'umanità ha la possibilità di rendere sostenibile lo sviluppo, cioè di far sì che esso soddisfi i bisogni dell'attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere ai loro. Il concetto di sviluppo sostenibile comporta limiti, ma non assoluti, bensì imposti dall'attuale stato della tecnologia e dell'organizzazione sociale alle risorse economiche e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane. La tecnologia e l'organizzazione sociale possono essere però gestite e migliorate allo scopo di inaugurare una nuova era di crescita economica». Già da questa definizione - della quale in quasi tutti i testi vengono riportate sempre le prime tre righe - appare un grande equivoco che è presente nell'intero rapporto, quello di rendere interscambiabili, senza alcun problema, i due termini "sviluppo" e "crescita" che, come si è già accennato, significano cose ben differenti. Nell'Introduzione al Rapporto la stessa Brundtland scrive chiaro e tondo: «Ciò di cui abbiamo bisogno attualmente è una nuova era di crescita economica - una crescita vigorosa e in pari tempo socialmente ed ambientalmente sostenibile». Non vi è dubbio che per fasce di popolazione che vivono in condizioni che è impossibile definire "umane" sia indispensabile una crescita economica, ma è altrettanto evidente che, soprattutto per quanto riguarda i paesi ricchi e super consumisti ed anche per le fasce di popolazione ricche e consumiste dei paesi cosiddetti di nuova industrializzazione, la crescita economica, tradotta nell'aumento continuo delle quantità di energia, di risorse naturali impiegate e di rifiuti prodotti conduce a disastri ambientali e sociali assolutamente insostenibili per l'intero pianeta. Disastri che il rapporto Brundtland stesso non minimizza quando, nella già citata panoramica introduttiva, afferma (e ricordo ancora ai lettori che stiamo citando un testo del 1987): «Noi prendiamo a prestito capitali ambientali di generazioni future, senza avere né l'intenzione né la possibilità di rifonderli: le generazioni future potranno maledirci per il nostro atteggiamento da scialacquatori, ma non potranno mai farsi ripagare il debito che abbiamo contratto con loro. Se così ci comportiamo, è perché possiamo permettercelo: le generazioni future non votano; non hanno potere politico né finanziario; non possono opporsi alle nostre decisioni. Ma le conseguenze dell'attuale sperpero stanno rapidamente precludendo le opzioni delle generazioni future. Gran parte degli attuali responsabili di decisioni sarà morta prima che il pianeta avverta gli effetti più dannosi delle piogge acide, del riscaldamento globale, dell'impoverimento della fascia di ozono, della diffusa desertificazione e dello sterminio delle specie viventi. Gran parte dei giovani che oggi votano a quell'epoca sarà ancora viva; e durante le udienze della Commissione sono stati proprio i giovani, coloro che hanno più da perdere, i più aspri critici dell'attuale gestione del pianeta». Oggi la situazione globale che si trova davanti l'High Level Panel on Global Sustainability è, senza alcun dubbio, peggiorata e il tempo e le capacità che abbiamo a disposizione per cambiare rotta e trarne i sacrosanti benefici, purtroppo, vanno restringendosi. Ecco perché assume una significativa importanza la nuova Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile che avrà luogo a Rio de Janeiro nel prossimo giugno (vedasi www.uncsd2012.org) . L'opportunità per dettare un'agenda importante per impostare una nuova economia ed una nuova governance istituzionale internazionale per rendere concretamente applicabile la sostenibilità, non può essere più dilazionata. Il rapporto dell'High Level Panel on Global Sustainability afferma che le motivazioni relative al fallimento della mancanza di volontà politica per l'attuazione dello sviluppo sostenibile deriva dal fatto che il concetto stesso di sviluppo sostenibile non è stato incorporato nel mainstream del dibattito politico economico a livello nazionale e internazionale e che la maggioranza dei decision makers economici considerano lo sviluppo sostenibile come estraneo alle loro responsabilità per la gestione e l'attuazione delle politiche economiche. Il Panel fa presente che la comunità internazionale ha ormai bisogno di una nuova politica economica basata sulla sostenibilità. I lineamenti di una nuova politica economica sono stati in questi decenni ben individuati da tanti studiosi che da tempo si occupano di economia ecologica e scaturiscono da avanzamenti conoscitivi e applicativi che possono realmente permetterci di imboccare una nuova strada, alternativa all'attuale. Il rapporto prevede 56 raccomandazioni che possono costituire una base interessante per dare maggiore consistenza anche al cosiddetto Zero Draft, la prima bozza di testo resa nota per la Conferenza di Rio che certamente, come ho già scritto in una precedente rubrica, appare molto debole rispetto alla straordinaria sfida che abbiamo di fronte. |
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| Parlamento europeo: «La gestione dei rifiuti può attrarre investimenti e creare occupazione» |
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![]() Secondo una risoluzione approvata dal Parlamento europeo con 632 voti a favore, 18 contrari e 22 astensioni, «La gestione dei rifiuti, se fatta in maniera efficiente, può attrarre investimenti e creare lavoro» e come tale dunque dovrebbe essere stimolata, anche con strumenti incentivanti a livello economico. Gli europarlamentari chiedono alla Commissione europea di proporre «Criteri più chiari per la creazione delle discariche e le distanze minime da scuole, case o ospedali per ridurre i rischi sanitari» e propongono anche «Un sistema a colori per classificare i rifiuti per aiutare i cittadini comprendere il ciclo dei rifiuti e aumentare i tassi di riciclo (in realtà il concetto corretto sarebbe: a migliorare la qualità delle raccolte differenziate finalizzate all'effettivo riciclo, ndr)». Secondo la risoluzione non legislativa, «Gli Stati membri dovrebbero rispettare le normative comunitarie sulla gestione dei rifiuti senza incorrere in ritardi, e in particolare la direttiva quadro sui rifiuti del 2008, che stabilisce gli obiettivi di riciclo e riutilizzo e introduce l'obbligo di programmi nazionali di gestione e prevenzione». La data ultima per la trasposizione della direttiva negli ordinamenti nazionali era dicembre 2010, ma solo 6 Stati membri hanno rispettato la scadenza. La commissione delle petizioni ha ricevuto, per il periodo 2004-2010, 114 petizioni sula gestione dei rifiuti che provengono principalmente da Italia, Francia, Spagna e Irlanda. La commissione Ue ha anche approvato 5 relazioni in seguito a visite investigative compiute in Italia (Campania), Irlanda, Francia (Fos-sur-Mer), Gran Bretagna (Path Head landfill) e Spagna (Huelva). I problemi principali evidenziati dalle petizioni ricevute dal Parlamento sono la mancanza di personale adeguato a livello locale e regionale, di risorse sufficienti e di un sistema di controllo efficiente a livello europeo. I deputati chiedono pertanto che si rinforzino le ispezioni, sia a livello comunitario sia nazionale. Il Parlamento europeo chiede «Per migliorare la lotta alle infiltrazioni del crimine organizzato nel processo di gestione dei rifiuti, un sistema efficace di "monitoraggio finanziario" sui fondi comunitari erogati alle imprese, da parte di autorità locali e nazionali». |
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| Costa Concordia. Arpat: «Nessun inquinamento in corso». Gentili: «C'è il rischio di un calo di attenzione» |
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![]() L'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana ha reso noti i risultati dei campionamenti del 31 gennaio, ad eccezione delle analisi batteriologiche che hanno tempi di esecuzione più lunghi, del mare del Giglio nei dintorni del relitto della Costa Concordia, ma sottolinea che «A causa delle nevicate la consegna dei campioni ai laboratori è stata ritardata e di conseguenza anche i risultati escono con ritardo rispetto al consueto». Comunque al momento non si riscontrano fenomeni significativi di inquinamento dell'acqua del mare. «Idrocarburi, solventi, tensioattivi risultano inferiori alle soglie di rilevabilità analitica. Altri parametri sono presenti in concentrazione "normale e "paragonabile al bianco". Test di tossicità negativi». Si sono concluse anche le analisi batteriologiche dei giorni precedenti e quelle del 29 gennaio «Indicavano un incremento della concentrazione degli indicatori di inquinamento microbiologico non confermati il giorno successivo 30 gennaio». Per le cattive condizioni del mare l'1 febbraio L'Arpat non ha effettuato prelievi, che però sono stati fatti regolarmente il 2 febbraio. Mentre non ripartono le operazioni per svuotare i giganteschi serbatoi della nave carichi di olio pesante, saranno necessarie settimane per pianificare ed avviare le operazioni e la Protezione Civile ribadisce che «Resta prioritario l'avvio del pompaggio, non appena le condizioni del mare lo consentiranno». Emergono problemi anche per il piano per la rimozione dei rifiuti presentato dalla Costa lunedì e, come sempre succede nel nostro Paese, ci sono già proteste nei siti indicati per ospitarli. Secondo Angelo Gentili, della segreteria nazionale di Legambiente: «Ora il rischio che cali l'attenzione, che questa vicenda esca, come purtroppo mi sembra stia succedendo, dai riflettori dei media e che la comunità del Giglio e la struttura commissariale siano lasciate sole ad affrontare un disastro che si annuncia di lunga e difficile risoluzione. Intanto aspettiamo ancora il decreto sulle rotte promesso dal Governo. L'attenzione mediatica e politica sul naufragio della Costa Concordia al Giglio non può e non deve calare e bisogna fare presto e bene, continuando a fornire tutti i mezzi necessari a sgombrare quel relitto ed il suo carico inquinante dalla costa del Giglio». Intanto, dopo la pessima figura dell'attuale sindaco Pdl che sollecitava gli "inchini" delle navi della Costa davanti alle coste del Giglio, è venuto fuori un comunicato stampa, pubblicato su Giglio News il 5 luglio 2008, nel quale l'ex sindaco di centro-sinistra Attilio Brothel scriveva: «Ancore un prestigioso riconoscimento per l'Isola del Giglio, regina assoluta in Italia per il 2008 che ha ottenuto il premio delle «5 Vele» per l'ottima sostenibilità dell'ecosistema terrestre e costiero. Costa Crociere Spa vuol partecipare a questo riconoscimento assegnato all'Isola del Giglio, con una visita di una delle navi (Costa Concordia) della flotta che sosterà, riccamente illuminata, per pochi minuti davanti a Giglio Porto». Cosa un po' diversa dagli "inchini" e dai ripetti passaggi sottocosta sollecitati dall'attuale sindaco Ortelli, ma basta a far tirare un sospiro di sollievo ai partigiani del sindaco che subito hanno detto, come fa il signor Alberto Morelli in una mail inviata a greenreprt.it: «A voi che dipingete come un demone il Sindaco del Giglio Ortelli esaltando il predecessore Brothel sul tema dei passaggi delle navi da crociera vicino al Giglio ... leggetevi questo articoletto e ... meditate!». A dire il vero greenreport "esaltava" l'amministrazione Brothel perché voleva l'area marina protetta... non perché voleva le navi, ma tra le richieste di Ortelli e Brothel alla Costa crociere una bella differenza c'è. Infatti l'ex sindaco nel 2088 parlava esplicitamente di «Evento straordinario», non di un'usanza da continuare, anche se poi, forse preso da troppo e malriposto entusiasmo scriveva: «Invito tutti (residenti e graditi ospiti), Stato Maggiore ed equipaggi dei traghetti, tutte le imbarcazioni presenti nell'ambito portuale per uno scambio di saluti ( e fischi delle imbarcazioni) a partecipare a questo specialissimo incontro in programma domani tra le 21,30 e le 22». Casomai la malintesa concezione del turismo, che accumuna in questo caso Brothel e Ortelli viene dopo: «Intanto l'Amministrazione comunale intende sottoporre all'attenzione di Costa Crociere Spa la possibilità di programmare una sosta all'Isola del Giglio, nel periodo maggio-giugno e settembre, per consentire ai croceristi di godere di paesaggi mozzafiato, ma anche di arte, della visita nel Borgo Medievale di Giglio Castello e nel Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano». Proposte che oggi probabilmente i due sindaci non farebbero mai più e cose che potrebbero diventare impossibili se il governo approverà il decreto sulle rotte delle grandi navi. Durante l'incontro Gabrielli «Ha informato la popolazione sull'avvio delle attività di pianificazione della rimozione della nave da parte di Costa; la società armatrice si è impegnata ad assicurare il minor impatto ambientale possibile e la salvaguardia delle attività economiche dell'isola: la struttura commissariale seguirà ogni passaggio sia della fase di progettazione sia della realizzazione delle attività di rimozione della nave. Nelle settimane necessarie alla pianificazione e all'avvio delle operazioni, resta prioritario l'avvio del pompaggio, non appena le condizioni del mare lo consentiranno». Intanto si è conclusa ieri la terza giornata di formazione rivolta ai volontari delle associazioni di Protezione civile e alle amministrazioni comunali costiere (9 i comuni partecipanti: Capalbio, Castiglione della Pescaia, Follonica, Grosseto, Isola del Giglio, Magliano in Toscana, Monte Argentario, Orbetello e Scarlio) promosso dalla Provincia di Grosseto, Dipartimento della Protezione civile, Ispra, Regione Toscana e realizzato da Legambiente. I partecipanti della tre giorni sono stati quasi 200, informati in modo dettagliato, con un corso intensivo, sulle modalità d'intervento legate allo sversamento da idrocarburi. Una task-force pronta a entrare in azione in caso di fuoriuscita di carburante dalla nave Concordia. Nello stesso tempo Legambiente ha mobilitato sia i propri volontari maremmani che numerose squadre di esperti preparati a intervenire tempestivamente in queste occasioni «Ci auguriamo che questa azione di tipo preventivo - afferma Angelo Gentili, della segreteria nazionale di Legambiente - non venga mai utilizzata concretamente e che dopo la tragedia umana non ci sia alcun disastro ecologico, ma il modo migliore per scongiurarlo è quello di continuare ad agire con professionalità e competenza tecnica come le istituzioni hanno fatto fino a ora». |
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| Nucleare iraniano: gli israeliani pronti ad attaccare in primavera |
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![]() La situazione legata al dossier nucleare iraniano sembra di nuovo improvvisamente precipitata: secondo quanto riporta il Washington Post, il segretario alla difesa Usa, Leon Panetta, ha detto che Israele potrebbe attaccare l'Iran in primavera, probabilmente ad aprile, maggio o giugno, prima che l'Iran entri in quella che gli israeliani chiamano "zona di immunità" che permetterebbe loro di cominciare a fabbricare quella bomba atomica della quale Israele è già abbondantemente dotato. Secondo quanto scrive sul Washington Post David Ignatius, Barack Obama e Panetta «hanno lasciato intendere che gli Stati Uniti s'opporrebbero ad un tale attacco, stimando che colpirebbe il programma di sanzioni economiche coronato di successo a livello internazionale, così come gli sforzi non-militari per impedire all'Iran di oltrepassare il limite». Ma la Casa Bianca, in piena campagna elettorale e con l'assillo del voto ebraico, non ha ancora deciso quale atteggiamento tenere in caso di attacco israeliano all'Iran. E' chiaro che il governo di destra israeliano sta "ricattando" gli Usa, cercando di mettere Obama di fronte al fatto compiuto e di spingerlo ad una guerra In piena campagna elettorale, che potrebbe costargli la rielezione e che comunque sarebbe catastrofica per il suo futuro politico. L'1 febbraio il premier Benjamin Netanyahu ha sottolineato in Parlamento l'importanza che la comunità internazionale rafforzi le sanzioni contro Teheran, «anche se dubito dell'effetto di queste sanzioni sul programma nucleare iraniano. Noi lavoriamo per accrescere la pressione internazionale sull'Iran, ma le nuove sanzioni n on possono dissuadere l'Iran». Una cosa di cui Israele se ne intende, visto che ha sviluppato il suo programma nucleare, militare e civile, in violazione di tutti i trattati internazionali e rifiutando qualsiasi controllo dell'International atomic energy agency (Iaea). Gli americani pensano comunque che Netanyahu non abbia ancora preso la decisione finale sul'attacco all'Iran e pensano che ci siano ancora due vie di uscita prima che decollino gli aerei israeliani: Teheran potrebbe aprire negoziati seri per garantire verifiche che dimostrino che il suo programma nucleare abbia davvero fini civili, oppure gli Usa potrebbero allargare le loro attività segrete per "degradare" il programma nucleare della Repubblica Islamica ad un livello tale da convincere gli israeliani che l'azione militare sarebbe ormai inutile. Ma gli israeliani scalpitano: secondo quanto scrive Haaretz, il ministro della difesa Ehud Barak ha detto che se le sanzioni occidentali contro l'Iran falliranno, «Un'azione militare contro quel Paese deve essere presa in considerazione. Al contrario del passato, oggi esiste una diffusa intesa al livello internazionale sul fatto che è vitale evitare che l'Iran divenga nucleare e che nessuna opzione deve essere messa fuori dal tavolo. Se le sanzioni falliscono nel fermare il programma nucleare iraniano, ci sarà la necessità di considerare l'azione militare. Isreale vuiole agire prima che sia troppo tardi. Un'azione è necessaria prima che Teheran possieda una capacità nucleare e per impedire all'Iran di divenire una minaccia». Dal canto suo il vice-premier israeliano Moshe Ya'alon, che è anche ministro per gli affari strategici ed ex Capo di Stato maggiore dell'esercito israeliano (coe Barak), ha messo in guardia contro le conseguenze di «Un Iran nucleare , sarebbe un incubo per il mondo libero» ed ha aggiunto che «L'Occidente potrebbe condurre un attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane». Il direttore sei servizi segreti israeliani, Aviv Kochavi, ha detto che «L'Iran si prepara a produrre bombe atomiche» e la radio ufficiale iraniana Irib fa notare che «Le dichiarazioni di Barak giungono a seguito della visita segreta del capo del Mossad, Tamir Pardo, negli Usa per discutere proprio a proposito di Iran. Ma a quanto pare Israele si sta già organizzando: secondo il quotidiano britannico The Indipendent avebbe formato i "Depth Corps", guidati dal generale Shai Avital, una forza segreta di commandos con l'obbiettivo di effettuare attentati ed azioni di sabotaggio nel cuore dell'Iran. Rivelazioni che confermano quanto ha ripetutamente denunciato l'Iran riguarda agli attentati mortali contro i suoi scienziati nucleari e che fanno tornare in mente quanto detto da Dan Meridor, ministro israeliano per l'Intelligence e gli affari nucleari, «Su queste morti degli scienziati non so cosa dirvi. Non so quali saranno gli effetti. Ma il fatto che loro continuano a lavorare su questo programma nonostante le sanzioni significa che vogliono diventare nucleari e che sono preparati a pagare un prezzo pesante». Ieri a Pechino la cancelliera tedesca Angela Merkel ha chiesto alla Cina di chiedere all'Iran maggiori informazioni sul suo programma e di rispettare l'embargo Usa/Ue contro Teheran. Ma i cinesi sono contrari alle sanzioni e il primo ministro Wen Jiabao ha assicurato che il suo Paese continuerà ad acquistare il petrolio iraniano. L'altro gigante asiatico, l'India, ha spiegato il "trucco" che gli permetterà di fare altrettanto: The Indian Express scrive che continuerà a comprare il 45% del suo petrolio dall'Iran attraverso una banca indiana, l'Uco Bank di Calcutta, aggirando così le sanzioni finanziarie occidentali ai danni di Teheran. Lo ha riferito oggi. Mahdi Darius Nazemroaya spiega sulla rivista di studi geopolitici "Eurasia" che «Il principale cliente del petrolio iraniano è la Repubblica Popolare Cinese. Secondo l'Internationa energy agency (Iea) di Parigi, che fu creata dopo l'embargo petrolifero arabo del 1973 come ala strategica del Blocco occidentale dell'organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (Ocse), l'Iran esporta 543.000 barili di petrolio al giorno verso la Cina. Gli altri clienti di grandi dimensioni dell'Iran sono India, Turchia, Giappone e Corea del Sud. L'India importa 341.000 barili al giorno dall'Iran, la Turchia 370.000 barili al giorno, il Giappone 251.000 barili e la Corea del Sud 239.000 barili al giorno. Secondo il ministero iraniano del Petrolio, l'Unione europea rappresenta solo il 18% delle esportazioni di petrolio iraniano, il che significa meno di un quinto delle vendite di petrolio iraniano. Solo "collettivamente" l'Unione europea è il secondo cliente più grande dell'Iran. In tutto i paesi dell'Ue importano 510.000 barili al giorno dall'Iran. La posizione collettiva che tutti i paesi dell'Ue importatori di petrolio iraniano hanno, è stato evidenziato da coloro che vogliono sottolineare l'efficacia dell'embargo petrolifero dell'Unione europea contro l'Iran. L'Iran può sostituire le vendite di petrolio verso l'Unione europea attraverso nuovi acquirenti o incrementando le vendite ai clienti esistenti, come Cina e India. Un accordo iraniano per cooperare con la Cina per lo stoccaggio delle riserve strategiche cinesi, riempirebbe gran parte del vuoto lasciato dall'Unione europea. Così, l'embargo del petrolio contro l'Iran avrà minimi effetti diretti contro l'Iran. Piuttosto, è più probabile che uno qualsiasi degli effetti che l'economia iraniana subirà, sarà legato alle conseguenze globali dell'embargo petrolifero contro l'Iran». E' su questo esplosivo scenario della globalizzazione che gli israeliani si apprestano a far decollare i loro bombardieri, con conseguenze che potrebbero essere inimmaginabili non solo per il Medio Oriente, ma per la pace, l'economia e l'ambiente di tutto il mondo. |
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| Il mistero dello iodio radioattivo in Scandinavia |
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![]() Le autorità di Norvegia, Svezia e Finlandia hanno rilevato piccole concentrazioni dell'isotopo radioattivo iodio-131 nel nord della Scandinavia e danno la colpa all'impianto nucleare russo nella penisola di Kola, ma Mosca nega ogni responsabilità. Secondo quanto scrive il Barents Observer «La fonte dello iodio rimane sconosciuta». La Statens strålevern (Norwegian radiation protection authorities - Nrpa) assicura che «I livelli misurati non pongono alcun rischio per la salute». Lo Iodio-131, è un isotopo radioattivo, la sua emivita è di circa 8 giorni ed il suo utilizzo principale è medico e nella farmaceutica. E' uno dei principali prodotti della fissione di uranio e plutonio che presenta rischi per la salute, come dimostrano le conseguenze subite dai partecipanti ai test nucleari degli anni '50 e dalle vittime del disastro nucleare di Chernobyl. Le centrali nucleari e altri impianti atomici producono costantemente il cosiddetto "sanctioned released of Iodine-131", e la presenza di tracce di iodio-131 in Scandinavia significano che da qualche pare deve esserci stata una situazione irregolare. Le misurazioni dello iodio radioattivo nel nord della regione di Barents sono state effettuate alcuni giorni fa e i risultati sono stati resi noti il 31 gennaio con un comunicato stampa comune delle autorità nucleari di Finlandia, Svezia e Norvegia. La Nrpa dice che in 2 delle 6 centraline di misurazione nella contea del Finnmark, nel nord della Norvegia, è stato riscontrato un aumento dei livelli di iodio radioattivo. La Swedish radiation protection authority dice di aver trovato livelli di iodio-131 radioattivo molto bassi a Kiruna nel nord della Svezia. Le tre authority nucleari dicono di non essere state informate di eventuali rilasci di radioattività in tutto il nord Europa.Secondo i norvegesi «La fonte più probabile è un reattore o una isotope-source in un ospedale e le sostanze radioattive osservate sarebbero state trasportate per via aerea da sud-est, «Il che significa da, o attraverso, il territorio russo». Infatti non ci sono reattori nucleari nelle regioni settentrionali di Norvegia, Svezia e Finlandia, ma ci sono fonti radiologiche impiegate in impianti industriali e medici, ma le authority dicono che in nessuna di queste è stato trovato iodio-131. La Finnish radiation and nuclear aafety authority (Stuk) in una nota spiega di aver misurato«Piccole quantità di iodio radioattivo (I-131) nei campioni di aria raccolti all'esterno da 16 al 23 gennaio in tutti i campionatori di sostanze radioattive trasportate dall'aria in Finlandia. Le quantità misurate di iodio erano dell'ordine di un milionesimo becquerel per metro cubo d'aria. Tali importi sono così piccoli che non pregiudicano la salute umana». Ma questo non significa che gli scandinavi non siano preoccupati. Nel sud di Finlandia e Svezia ci sono le loro centrali nucleari, ma la Russia ha 9 centrali nucleari operative, delle quali 8 si trovano nella parte europea. Le due più occidentali sono quella di Leningrado, vicina a San Pietroburgo e di Kola, a nord del Circolo Polare Artico, nella regione di Murmansk. Rosenergoatom, l'operatore di stato nucleare russo, non fornisce notizie su qualsiasi tipo di rilascio di iodio-131 dalle sue centrali. L'associazione ambientalista norvegese-russa Bellona è riuscita a contattare Atomflot a Murmansk, la base dei rompighiacci nucleari russi, che ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle emissioni dello iodio. Ma Bellona fa notare che, proprio nei giorni in cui la Stuk ha registrato la presenza di Iodio-131, «Il 16 e 17 gennaio Atomflot era impegnata nell'avvio del reattore a bordo del rompighiaccio Rossiya. Il 18 gennaio, Atomflot ha avviato i reattori a bordo del rompighiaccio nucleare Taymyr e il 21 e 23 gennaio ha avviato quello a bordo del rompighiaccio nucleare 50 Years Victory». Attività ci sono state anche tra il 15 ed il 23 gennaio a bordo della nave di servizio nucleare Lespe, che funge da stoccaggio galleggiante del combustibile nucleare esaurito russo e che gestisce scorie radioattive. Nella base di Atomflot erano in atto operazioni consistenti nella gestione di elementi del combustibile nucleare esaurito, ma non sarebbe stato registrato nessun aumento dei livelli di iodio-131. L'addetta stampa della centrale nucleare di Kola, Viktoriya Nikorenko, ha detto a Bellona Murmansk che «Durante il periodo in cui lo iodio è stato scoperto, l'impianto stava lavorando in normale modalità operativa. La centrale nucleare di Kola non ha registrato aberrazioni». Ma naturalmente non si sa niente di possibili incidenti o malfunzionamenti a sottomarini o navi nucleari militari. |
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| Costa Concordia L'Ue agli armatori: rivedere le norme di sicurezza delle navi passeggeri a livello Ue ed Imo |
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![]() Il commissario europeo ai trasporti Siim Kallas (nella foto) ha informato oggi il board dell'European cruise council che la Commissione Ue «Sostiene con forza un riesame delle norme di sicurezza dell'Imo (International maritime Organisation) per le navi passeggeri per garantire che i cittadini europei possano aspettarsi che siano in atto misure di sicurezza a regola, non importa su quale nave passeggeri essi siano a bordo». Secondo l'Ue la revisione delle regole parte da alcune domande prioritarie. Stabilità: Quali sono le regole di stabilità vigenti in materia di navi passeggeri che necessitano di ulteriori aggiornamenti? In particolare, in relazione alle navi, danneggiati e/o esposti alle intemperie. Progettazione di navi ed evoluzione tecnica: Quali standard di sicurezza è necessario adattare in linea con i nuovi sviluppi tecnici in questo settore, i nuovi materiali utilizzati, l'evoluzione recente nella progettazione di navi passeggeri ed i tipi di motori utilizzati? Evacuazione: Come si può garantire che le liste dei passeggeri siano accurate ed aggiornate e in linea con le norme esistenti? Come possono le nuove tecnologie o attrezzature rafforzare i piani e le procedure per l'evacuazione? L'Ue può implementare o sostenere ulteriormente il lavoro svolto a livello internazionale dall'Imo in questo settore? Applicazione delle normative Ue: La portata delle attuali disposizioni Ue in materia di navi passeggeri può essere estesa per coprire altri tipi di nave per i viaggi internazionali (ad esempio le navi passeggeri a vela o le navi storiche)? Qualifiche e formazione del personale: Cosa può essere fatto in più, per esempio, in termini di comunicazione dei membri dell'equipaggio con i passeggeri, servizi di soccorso ed altro? Dopo l'incidente Costa Concordia, l'Imo ha annunciato che nel suo Maritime Safety Committee meeting che si terrà dal 16 al 25 maggio prenderà in considerazione le questioni relative alla sicurezza delle navi passeggeri. La Commissione europea assicura che «Entro la fine dell'anno porterà avanti, se necessario, proposte volte ad adeguare le norme esistenti in materia di sicurezza della sicurezza dei passeggeri delle navi ai nuovi sviluppi del settore». Kallas fornirà maggiori dettagli sul possibile contenuto e la tempistica delle sue proposte entro l'estate 2012. Kallas ha evidenziato «La necessità di un duplice approccio con l'Imo. Dopo la revisione dell'attuale sicurezza delle navi passeggeri, l'Ue proporrà che siano rafforzate le recenti normative Imo o proporrà nuove norme minime europee, alcune delle quali potrebbero costituire la base per le nuove norme Imo». Il commissario Ue ai trasporti ha detto: «Accolgo con favore e approvo il cotante impegno dell'European cruise council e dei suoi membri di perseguire attivamente un elevato livello di sicurezza a bordo di tutte le loro navi e di sostenere le revisioni legislative in corso revisioni. Il recente tragico incidente della Costa Concordia fornisce ulteriore impulso a rivedere e migliorare le disposizioni di sicurezza a bordo. Comprendo che l'industria ha intrapreso una revisione delle sue pratiche di sicurezza e procedure operative, tra le quali la navigazione, l'evacuazione, l'emergency training e le relative pratiche e procedure. Ho sottolineato che le lezioni apprese devono essere condivise sia con la Commissione che con l'International maritime organisation. La sicurezza è la priorità assoluta. I passeggeri devono avere la certezza che gli stessi standard di sicurezza elevati si applicano quando e dove viaggiano. Abbiamo bisogno di una international review a livello Imo, per completare il riesame della sicurezza dei passeggeri delle navi attualmente in corso all'interno dell'Ue, per garantire che le lezioni apprese in materia di sicurezza vengano applicate non solo in Europa, ma alle navi da passeggeri su tutte le linee». Attualmente sono in vigore regole Imo ed Ue che disciplinano la costruzione e le procedure di sicurezza per le navi passeggeri, una certificazione rigorosa e requisiti di ispezione nonché le norme sulla responsabilità dei vettori e la compensazione delle vittime. Ma la Commissione Ue sottolinea che «La progettazione delle navi e la gestione di navi continuano ad evolversi in modo significativo. Per questo motivo, la Commissione ha lavorato, dal 2010, ad una revisione della legislazione Ue sulle navi passeggeri al fine di garantire che tenga il passo con le ultime evoluzioni nella progettazione e con le procedure operative e le tecnologie utilizzate in questo settore. Questo lavoro deve ora tenere pienamente conto delle lezioni da trarre dalla Costa Concordia». Ad aprile i servizi della Commissione avvieranno una consultazione pubblica sulla sicurezza delle navi passeggeri per una revisione legislativa. Kallas in primavera organizzerà una conferenza con gli stakeholders interessate alla sicurezza delle navi passeggeri. |
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| Le ordinanze contingibili e urgenti in materia di rifiuti devono essere adottate "su parere degli organi tecnici o tecnico-sanitari locali |
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![]() Il divieto del sindaco di effettuare lo smaltimento presso una discarica dei rifiuti solidi urbani (rsu) provenienti da alcuni comuni, al fine di ovviare al pericolo di anticipato esaurimento delle potenzialità della discarica è illegittimo se assunto senza gli specifici pareri. Lo afferma il Tribunale amministrativo della Sicilia (Tar) a proposito della questione riguardante la discarica di Cava dei Modicani e il Comune di Ragusa. E in particolare il fatto che il Comune ha vietato lo smaltimento dei rsu provenienti da Comuni diversi da Giarratana, Chiaramonte Gulfi, Monterosso Almo e Ragusa nella discarica di Cava dei Modicani. Un divieto espresso tramite un'ordinanza contingibile e urgente. Un'ordinanza emanata al fine di ovviare a una presunta emergenza ambientale suscettibile di derivare dall'anticipato esaurimento delle potenzialità della discarica di ricevere i rifiuti per effetto del conferimento da parte di altri comuni dell'ambito territoriale provinciale. Un'ordinanza, però, che manca della menzione circa la previa espressione e acquisizione del parere obbligatorio degli organi tecnici o tecnico-sanitari locali sulle conseguenze ambientali del divieto ad una parte dei comuni di utilizzo della discarica. Secondo il legislatore italiano (e nello specifico secondo l'articolo 191 del decreto legislativo 152/2006) qualora si verifichino situazioni di eccezionale ed urgente necessità di tutela della salute pubblica e dell'ambiente, e non si possa altrimenti provvedere, il Sindaco può emettere, ordinanze contingibili e urgenti per consentire il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, garantendo un elevato livello di tutela della salute e dell'ambiente. Tali ordinanze, però, devono essere adottate su parere degli organi tecnici o tecnico-sanitari locali, che si esprimono con specifico riferimento alle conseguenze ambientali.
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| I 'ladri di ghiaccio' all'assalto dei ghiacciai minacciati dal global warming |
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![]() «Bande criminali stanno diventando una minaccia per i ghiacciai del mondo, che già si ritirano a causa dei cambiamenti climatici», l'allarme viene da una fonte autorevolissima: l'Onu, che cita il caso del Cile, dove la polizia sta indagando sul furto di circa 5mila chilogrammi di ghiaccio millenario dal ghiacciaio Jorge Montt, nella regione australe di Aysén, a circa 2.000 km a sud della capitale Santiago. La denuncia che si stava estraendo ghiaccio nel Parque Nacional Bernardo O'Higgins è partita dalla Corporación nacional forestal (Conaf) poi la polizia cilena ha sorpreso un uomo che trasportava 5.200 kg di ghiaccio, che sarebbero dovuti diventare cubetti destinati a bar e ristoranti. Tanto per aggiungere il danno alla beffa, i 5.200 kg di ghiaccio valgono solo 3 milioni di pesos cileni, 6.160 dollari. Il pubblico ministero cileno che si occupa del caso ha spiegato che sono stati individuati coloro che sono implicati nel furto di ghiaccio e che l'inchiesta è scattata dopo l'arresto del conducente di un camion frigorifero il 27 gennaio, intercettato nella città meridionale cilena di Cochrane. Margareta Wahlström, rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu per la riduzione dei rischi di catastrofe e capo della Unisidr si è complimentata con le autorità cilene che hanno stroncato il traffico di grossi camion che trasportavano il ghiaccio: «Il ghiacciaio Jorge Montt e altri importanti campi di ghiaccio sono una parte preziosa del nostro patrimonio mondiale comune e importanti parametri di valutazione attraverso i quali possiamo misurare come il global warming prodotto dall'uomo stia minacciando l'approvvigionamento idrico del mondo e danneggiando l'ambiente. Meritano tutta la protezione che possiamo dar loro, compresa la salvaguardia da questo tipo di atti di vandalismo». L' International strategy for disaster risk reduction dell'Onu (Unisdr) sottolinea che «L'estrazione di ghiaccio potrebbe rappresentare un'ulteriore e grave minaccia al ghiacciaio di 454 km2, che si trova in nel parco nazionale Bernardo O'Higgins in Cile, e che fa parte del Southern Patagonian Ice Field di13.000 km2, la terza più grande massa ghiacciata terrestre del mondo dopo l'Antartide e la Groenlandia». Il ghiacciaio Jorge Montt è uno dei simboli più evidenti del global warming: si sta già sciogliendo a una velocità di un chilometro l'anno. Il Centro de estudios cientificos (Cecs) del Cile dice che molti dei ghiacciai del Paese si stanno riducendo a causa del riscaldamento globale, ma il Jorge Montt, abbondantemente studiato, è uno di quelli che si sta ritirando più velocemente. Nel dicembre 2011, il glaciologo del Cecs Andrés Rivera, ha pubblicato un nuovo studio basato su 1.445 scattate tra il febbraio 2010 e il gennaio 2011, dalle quali risulta che in quel periodo il ghiacciaio Jorge Montt si era ritirato di un chilometro. Si pensa che il riscaldamento globale sia un fattore determinante e che il ghiacciaio si stia sciogliendo in modo particolarmente rapido perché poggia in parte sulle acque di un fiordo profondo». Denis McClean, dell'Unisdr, sottolinea che, nonostante il cambiamento climatico fin dal 2005 sia un fattore centrale dell'Unisdr, «Nel "Hyogo Framework for Action" non c'è nessun riferimento alla minaccia ambientale costituita per i ghiacciai dalle bande criminali». L'Hyogo Framework for Action 2005-2015 - Building the Resilience of Nations and Communities to Disasters, è stato approvata nel 2005 da 168 Paesi, per ottenere la «Sostanziale riduzione delle perdite causate dalle catastrofi, nella vita e nelle attività sociali, economiche e ambientali delle comunità e dei Paesi». Eppure in uno studio della Nasa del 2000 si leggeva che «I dati topografici convenzionali degli anni ‘70 e ‘90 che sono stati confrontati con i dati della missione Nasa Shuttle Radar Topography del febbraio 2000 per misurare le variazioni, durante il tempo, nei volumi dei 63 più grandi ghiacciai della regione. I ricercatori hanno concluso che il tasso di assottigliamento dei ghiacci della Patagonia è più che raddoppiata nel periodo dal 1995 al 2000, rispetto al periodo dal 1975 al 2000». |
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| Credenze sovrannaturali e caccia sostenibile. Spiriti, antenati e protezione delle foreste |
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![]() «Le credenze sovrannaturali possono influenzare l'utilizzo sostenibile delle foreste nelle comunità indigene e per questo devono essere prese in considerazione nelle strategie di gestione del territorio» a dirlo è un recente studio del Center for international forestry research (Cifor) e del Center for international research in agronomy and development (Cirad). Masatoshi Sasaoka, del Cifor, che ha studiato insieme a Yves Laumonier del Cirad il sistema di credenze dei popoli indigeni della foresta dell'isola di Seram, nell'Indonesia orientale, spiega: «Il fatto è che per molte comunità gli agenti soprannaturali sono reali. Molte pratiche di gestione delle risorse degli indigeni sono strettamente legate alla loro visione del mondo soprannaturale. Se questo viene trascurato nelle nuove strategie di gestione e il ruolo della fede della popolazione locale nel soprannaturale viene sotto-valutato, i l'auto-direzione delle popolazioni locali nella gestione delle risorse può essere depressa e le istituzioni locali che potrebbero contribuire allo sviluppo sostenibile e ad un utilizzo socialmente equo delle risorse potrebbero sparire». Lo studio evidenzia come gestione delle foreste e credenze nel sovrannaturale siano collegati in una comunità della foresta montana con circa 320 persone nel centro di Seram, dove il cuscus (Phalanger orientalis, un marsupiale arboreo- nella foto), il cinghiale di Celebes (Sus celebensis) e il cervo di Timor (Cervus timorensis) e diverse specie di uccelli costituiscono il 90% delle risorse alimentari (e delle proteine) di origine animale consumate dagli abitanti del villaggio. Gli abitanti del villaggio per la loro sussistenza dipendono dal sago fino al 70% del loro fabbisogno energetico totale, ma questa pianta è ricca di carboidrati, ma contiene poche proteine, quindi gli animali della foresta sono indispensabili. Lo studio spiega che «Gli abitanti del villaggio hanno diviso la foresta primaria in più di 250 lotti boschivi per la caccia. Quando il numero di animali diminuisce lotto, i proprietari impongono un divieto temporaneo di caccia, il Seli kaitahu, chiedendo agli spiriti della foresta e degli antenati di ripristinare la popolazione di selvaggina». Il rispetto del Seli kaitahu è basato sul fatto che la violazione del divieto porta sfortuna al trasgressore ed alla sua famiglia che verranno perseguitati dagli spiriti della foresta e degli antenati. «Le infrazioni del Seli kaitahu sono rare - sottolineano Sasaoka e Laumonier - di mostrando che le idee della gente sugli agenti sovrannaturali ed i loro poteri influenzano ancora fortemente i meccanismi di utilizzo delle risorse forestali stabiliti in quella zona. E dato che le credenze aiutano la gente a dare spiegazioni soprannaturali alle disgrazie che accadono, il potere degli agenti sovrannaturali per manenere queste leggi di gestione forestale viene sollecitato a più riprese». Durante la ricerca, molti abitanti del villaggio Sasaoka hanno raccontato la storia di un uomo che aveva violato il Seli kaitahu come prova che gli spiriti puniscono chi viola la legge della foresta: «un giorno nel 1986, A. Li e ZA andavano a caccia in un bosco di proprietà del clan a cui apparteneva ZA. Dopo la caccia, si sono recati in un altro bosco di proprietà del clan dei "cuscus lancia", Su quella foresta era stato imposto il Seli kaitahu Quando A. Li ha trovato dei cuscus nascosti in una cavità profonda di un albero, ha tagliato l'albero per catturarli. Ma le liane d si sono intrecciate intorno a quell'albero così come il successivo, così quando l'albero è caduto, l'albero successivo lo ha fermato. A. Li è stato schiacciato a morte sotto di lui. Se gli uomini avessero chiesto di rimuovere il Seli kaitahu, l'incidente non sarebbe mai accaduto». Il Seli kaitahu è un esempio lampante di applicazione dei tabù, dell'applicazione di divieti sovrannaturali per impedire il sorgere di conflitti tra i membri della stessa tribù, dato che nessuno accusa o punisce direttamente il trasgressore. Questo è particolarmente importante in zone come il Seram centrale dove la gente evita lo scontro a tutti i costi. Ma questi montanari indonesiani non sono gli unici ad unire efficacemente credenze soprannaturali con la gestione sostenibile delle risorse forestali. Secondo uno studio del 2004 del Cifor, il popolo Iban del Kalimantan occidentale, ritiene alcune aree della foresta sacre, e queste sono diventate sia importanti rifugi importanti per la fauna selvatica più rara che fonti di irradiazione della selvaggina di cui si nutrono. Secondo la ricerca pubblicata da Tropical Conservation Science In Guyana i cacciatori indios evitare siti spirituali "potenti", che diventano così intoccabili riserve (sovra)naturali. In Costa d'Avorio alcune comunità si astengono dalla caccia o della pesca il mercoledì, che è diventato il giorno degli "spiriti" e degli altri abitanti della foresta. Il ricercatore sottolinea che «Mentre sono ancora necessarie ulteriori ricerche, i miei risultati indicano già alcune lezioni importanti. Per promuovere veramente l'auto-gestione indigena delle risorse per i popoli che convivono con gli agenti soprannaturali, abbiamo bisogno di un nuovo modello di gestione delle risorse che sia compatibile con le credenze indigene. Agenzie esterne come le Ong ed i governi devono prendere in considerazione tutto questo nei loro modi di intervenire per la conservazione e gestione delle risorse forestali, per proteggere sia la cultura dei popoli che la foresta sulla quale si basano». |
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