Mary Green
In viaggio con le Geoscienze

Penso alla conoscenza come ad una scoperta, un lungo meraviglioso e affascinante viaggio capace di allargare gli orizzonti del sapere personale.

Questo libro, per ragazzi, propone un approccio curioso ed originale ad alcune tematiche chiave delle Geoscienze. Un invito ad esplorare ed approfondire questa disciplina rivolto a studenti del primo biennio delle Scuole superiori.

Il filo conduttore che lega le pagine di questo lavoro, è il viaggio. La scoperta di realtà geografiche e naturalistiche straordinarie, osservate con gli occhi curiosi di un geologo attento a tutto ciò che l’avventura della conoscenza e le Geoscienze possono insegnare per capire meglio Paesi e luoghi fantastici ai quattro angoli del pianeta.

Una strana scuola democratica, la protagonista (Mary Green) con qualche problema disciplinare, un professore geologo esploratore e giramondo, un misterioso ladro, sono gli ingredienti di questo racconto dove scienza, avventura, enigmi e mistero si intrecciano in una fitta trama con colpi di scena fino all’ultima pagina.

Il testo è impreziosito dai disegni di Francesca Cavani. La scrittura, pur mantenendo il necessario rigore scientifico, si caratterizza per uno stile leggero e scorrevole che facilita la comprensione degli argomenti trattati.

Un capitolo del libro è dedicato alla Costa Rica e ai progetti di FpS. Ecco qui un estratto:

“È con Dario che proseguirò il viaggio nella Costa Rica, sfumata ormai ogni possibilità di salire sul Volcán Irazú. Dario Sonetti è professore di Biologia all’Università di Modena, ora in pensione e da venticinque anni, con l’associazione Foreste per Sempre (FpS), si dedica a progetti di riforestazione in Costa Rica ed altre parti del mondo. L’ultima impresa di Sonetti è quella di costruire la Stazione biologica meteoclimatica ‘Italia Costa Rica’ nella Reserva Karen Mogensen ubicata nella Penisola di Nicoya, nel nord-ovest del Paese. Si tratta di una stazione scientifica, all’interno di una foresta primaria, completamente attrezzata ed a disposizione per studi sulla biodi­versità ed i cambiamenti climatici.

Il meccanismo di finanziamento, per questo ed altri progetti, messo a punto da FpS è semplice quanto ingegnoso e si basa sulle Certificazioni di Servizio Ambientale. In pratica, le aziende italiane che intendono fregiarsi di un marchio ecologico acquistano ‘crediti di carbonio’ pagando il corrispet­tivo in denaro pari alle loro emissioni di anidride carbonica. L’associazione FpS, in cambio, si impegna, attraverso accordi internazionali con le autorità dei paesi in cui coopera, a riforestare una porzione di territorio con un nume­ro di alberi sufficiente per sequestrare l’equivalente di carbonio atmosferico.

Grazie al carattere leonino del prof. Sonetti, i progetti di riforestazio­ne, in Costa Rica, interessano ormai un’estensione di quasi 3.000 ettari. Almeno una volta all’anno viene fatta una visita di controllo per verificare lo stato di rigenerazione forestale ed accertare il rispetto degli accordi: evi­tare incendi, pascolo, coltivazione e taglio di legname. È per uno di questi controlli che ci stiamo dirigendo nel territorio della comunità dei Salitre.

La visita alla riserva indigena comincia con un piccolo ma significati­vo dettaglio. Una farfalla gigante incastrata nel fanale anteriore del SUV di Leo. La farfalla deve essere morta da qualche giorno, ormai ha le ali rinsecchite, ma ancora si distingue lo splendido colore azzurro tipico del genere Morpho. Leo è l’ingegnere forestale che ci accompagnerà nei terri­tori indigeni. Visitare i progetti di riforestazione, nei luoghi più impervi e incontaminati del Paese, è il suo lavoro. L’appuntamento è di buona mat­tina, ma non si parte prima di aver mangiato un medio Gallo Pinto a base di riso e fagioli. Questa volta Leo non è accompagnato dal suo inseparabile cagnolino perché esso è rimasto vittima, durante una recente ispezione, di un giaguaro; almeno così, mestamente, ci raccolta durante la colazione.

Siamo nella parte meridionale della Costa Rica, ai piedi della Cordillera Talamanca. La strada sterrata che dalla piccola località di Buenos Aires conduce nel territorio dei Salitre s’inerpica ripida sul fianco della monta­gna. Il SUV, con le marce ridotte, sbanda e sobbalza ad ogni buca. Non mi stupisce che gli indigeni preferiscano muoversi con pseudo moto da cross oppure a cavallo. La comunità indigena Salitre conserva la propria cultura e sono numerosi i cartelli scritti nella lingua tradizionale che ci danno il benvenuto. Le case, poco più che baracche di legno fatte con assi rimediate e tetti in lamiera, sono sparse lungo la vallata. Ad attenderci c’è Marino, aspetto trasandato, maglietta a righe e pantaloncini corti, corporatura tar­chiata, zigomi alti e capelli corvini. È la nostra guida, il lasciapassare per entrare senza problemi nelle proprietà e visitare i progetti di riforestazione. Con il GPS seguiamo lo spostamento del veicolo per mappare i sopralluo­ghi fatti.

La prima visita è da Luis. Non è a casa e la moglie cerca di rintracciarlo con il cellulare. Sono confuso, le condizioni di vita di questi indigeni sono decisamente modeste ma, a quanto pare, non disdegnano gli ultimi ritro­vati tecnologici.

La moglie ci fa cenno di aspettare. La casa ha il pavimento in terra battuta e nell’amaca appesa tra due pali dorme beatamente un piccolo in fasce. Un fumo acre esce dalla cucina. Fa caldo, siamo circa a 700 m di altitudine ma l’afa è soffocante.

Dopo una buona mezz’ora Luis arriva trafelato e tutto sudato. Era sul monte a fare dei lavori. In genere queste ispezioni sono a sorpresa, senza preavviso, ma Luis ha chiesto di incontrare i responsabili del progetto per­ché gli ultimi pagamenti non sono arrivati. Ha solo un piccolo appezza­mento ma il contributo economico gli serve. Dario prende nota per il suo rapporto. Con questi progetti FpS coglie un importante duplice obiettivo: preservare la biodiversità e contribuire allo sviluppo delle comunità indigene.

Continuiamo il nostro giro ispettivo, la strada è sempre più dissestata. Salendo, le abitazioni si fanno più rade. Il panorama in compenso è sempre più bello e la vallata si estende, a perdita d’occhio, sotto di noi. Percorriamo il pe­rimetro di un altro appezzamento sottoposto a vincolo di riforestazione. Ha un’ampiezza di una decina di ettari e copre buona parte del crinale. Sembra tutto regolare: gli alberi hanno dai cinque ai dieci anni di vita, il sottobosco è rigoglioso, non c’è traccia di tagli o incendi e la situazione pare ottimale. Una sosta all’ombra di un guanacaste (Enterolobium cyclocarpum) dall’imponente chioma ad ombrello ci rinfranca momentaneamente dalla soffocante calura. Il guanacaste è considerato l’albero nazionale, appartiene alla famiglia delle Fabaceae ed i legumi arrotolati su sé stessi assumono una curiosa forma ad orecchio, guanacaste appunto nell’antica lingua azteca.

Salendo ancora incontriamo la Escuela Yëri. È l’unica struttura di ce­mento del villaggio. I ragazzi, grandi e piccoli, con le divise blu e lo zai­netto sulle spalle, giungono fin quassù a piedi da ogni lato della valle. Ad attenderci c’è una delle maestre. Anche la sua famiglia possiede un lotto di terra in rigenerazione forestale. Ci sistemiamo in una classe vuota, tra i banchi. La maestra è particolarmente interessata ai cartelli che segnalano i progetti di riforestazione. Ogni area è infatti ben delimitata da cartelli che spiegano i vincoli a cui è sottoposta. La maestra trova molto interessante l’aspetto educativo del progetto. Tra gli indigeni infatti è diffusa la con­suetudine di bruciare i boschi per liberare i terreni. A suo parere questa insana pratica si sta riducendo e viceversa si sta sempre più facendo strada la consapevolezza del valore della conservazione della biodiversità. Bisogna però insistere, agire capillarmente, aumentare il numero dei cartelli e fare riunioni per spiegare l’importanza di questi progetti. Queste parole per Dario sono la conferma che gli sforzi e l’impegno profusi in tanti anni stanno finalmente dando i loro frutti. Dal discorso dell’insegnante traspare con molta evidenza il profondo senso di comunità di queste persone. Per i Salitre, ma credo che possa valere per i popoli indigeni in generale, difen­dere la terra, conservare i propri valori e costumi tradizionali, contribuire allo sviluppo ed al benessere della comunità di appartenenza è prima di tutto un fatto identitario.

Mentre discutiamo, un enorme lucertolone, scivolando sul pavimento in ceramica, esce da sotto l’armadio e ci viene incontro. “È la mascotte della classe. È innocua”, dice la maestra.

Continuiamo il nostro giro ispettivo. La prossima visita è da Magda­lena. Per rinfrescarci ci offre alcuni sacchettini di plastica che contengono del ghiaccio colorato. Sono freschi da passare sulla fronte. Leo mi fa notare che ne sto facendo un uso improprio, sono da succhiare come i nostri ‘bif’. Declino rispettosamente l’offerta. Magdalena si lamenta del fatto che il suo terreno vincolato dal progetto di riforestazione è stato bruciato, per dispet­to, da un vicino. Chiede di sostituirlo con un altro appezzamento sempre di sua proprietà. Dopo un po’ di discussione la proposta viene accettata. Bisogna però georeferenziarlo con il GPS e sostituirlo nella mappa genera­le. Occorre entrare nella proprietà e percorrerne a piedi l’intero perimetro. È l’occasione che aspettavo per cercare le orchidee. Infatti, questi fiori fan­tastici in natura crescono spontanei come epifite, anche a notevole altezza, su altre piante e non è facile trovarli.

Ci mettiamo in marcia. Magdalena fa da apripista e Marino, quasi a proteggerci, chiude la fila indiana. Ho sempre adorato camminare in montagna e più la strada si fa impervia più mi piace. Il primo impatto con questo sentiero, però, non è dei più semplici. Inciampo, scivolo e m’impiglio ovunque. Ho improvvisamente perso quella sicurezza sponta­nea che nasce dall’esperienza e dalla conoscenza dell’ambiente in cui ci si muove. Questa vegetazione così differente e completamente sconosciuta altera tutti i miei punti di riferimento. Quell’appiglio che sembra reggere si rivela fragile; quel ramo che appare sicuro è meglio non toccarlo. Se si aggiunge la meraviglia e lo stupore dinnanzi ad una natura così rigogliosa che distoglie lo sguardo dal sentiero, il tutto mi fa procedere in modo molto goffo. In compenso, però, provo la piacevolissima sensazione di avere tutti i sensi vigili e assaporo come una spugna ogni più piccola emozione. Pura vida.

Al folto della foresta si alternano radure più o meno estese che gli indi­geni sfruttano per coltivare un po’ di manioca (Manihot esculenta), canna da zucchero e qualche albero da frutta. Il caldo continua a farsi sentire. Marino taglia una canna da zucchero e ce la offre. Bisogna succhiarne la parte centrale dal buon sapore dolce e aromatico. Scendiamo rapidamente verso un rio che delimita la proprietà di Magdalena. La foresta si è infittita e non ci sono più sentieri. Camminare lungo il torrente, tra massi e pozze d’acqua, è l’unica soluzione possibile. Lo scenario è incantato. Fresca acqua cristallina, alte chiome che si chiudono sopra di noi e una moltitudine di grandi farfalle azzurre Morpho che svolazzano intorno. La natura che ci circonda è prorompente, quasi eccessiva. Una particolare liana mi incurio­sisce. Gli indigeni la chiamano escalera de mono (Bauhinia spp.). Ha una strana forma ondulata e a tutti gli effetti assomiglia ad una scaletta per le scimmie. Tra la folta vegetazione non è facile distinguere le orchidee, trovo solo qualche pianta non fiorita attaccata a rami secchi caduti.

Magdalena sceglie con cura una foglia, la avvolge su sé stessa fino a ricavarne una specie di ciotola, la riempie d’acqua e la porge a Marino che avidamente si disseta. Durante la sosta continuo, con il naso all’insù, a scrutare la chioma degli alberi alla ricerca delle orchidee. Finalmente, non molto distante dal mio punto di osservazione, ho la fortuna di vedere un Catasetum maculatum. È un’orchidea abbastanza comune. L’infiorescenza è formata da una decina di fiori carnosi, verdastri, non molto appariscenti, ma è la mia prima orchidea tropicale in Costa Rica e sono stracontento. Mentre mi giro, con la coda dell’occhio, scorgo un’altra meravigliosa sor­presa. Ben visibile, sulla biforcazione di un altro ramo, pende un’infiore­scenza, lunga quindici centimetri, con quattro grandi fiori gialli con al centro un labello screziato di viola. Il fiore, inconfondibile, con un intenso aroma di vaniglia, è quello tipico di una Cattleya. Azzardo nel dire che si tratta di una Cattleya dowiana, un’orchidea bellissina caratteristica del cantone di Turrialba dove fa bella mostra anche sullo stemma cittadino. Qui siamo un po’ lontani dall’areale di riferimento, e siamo sul versante del Pacifico, ma poco importa. Oggi ho trovato la ‘Regina delle orchidee’.

Tutto preso dall’agitazione, quasi non mi accorgo che, nel frattempo, Leo si è alzato di scatto con lo sguardo impietrito. Un terciopelo (Bothrops asper) si è sfilato a meno di un metro ed è schizzato via velocissimo get­tandosi nella pozza d’acqua. Tenendo fuori dall’acqua la caratteristica testa triangolare, ha raggiunto la sponda opposta e si è dileguato tra la vegetazione. Il terciopelo è considerato il serpente velenoso più pericoloso che si può incontrare nell’America Centrale ed ha la reputazione di essere facilmente irritabile ed aggressivo, ma per fortuna questa volta ha preferito la fuga.

Forse è meglio rientrare tenendo gli occhi ben fissi sul sentiero e guar­dare attentamente dove si mettono i piedi. I nuovi rilievi sono stati com­pletati e Dario acconsente a sostituire il vecchio lotto bruciato con questo in rigenerazione mappato. Il lavoro è finito”.

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